
Il vizio della solitudine
Dalle note di copertinaL’ex ispettore Ennio Guarneri conduce una vita appartata. Cacciato dalla polizia per essersela presa con un intoccabile, non ha amici e si concede un unico sfizio: rifare in un anno tutte le elementari andando a lezione dalla sua anziana e dolcissima maestra. È solo, perché non ha bisogno di nessuno. Ma quando assiste per caso ai preparativi di un omicidio, d’istinto interviene e l’aggressore finisce ucciso.
Ennio non poteva saperlo ma quella che ha interrotto era un’esecuzione: per questo il suo gesto scatena contro di lui la vendetta di Han, una misteriosa organizzazione di giustizieri. Nella drammatica avventura che segue Ennio è costretto a esplorare la parte più oscura di se stesso, proprio quando l’incontro con una ragazza diversa da tutte sembra aprirgli l’orizzonte di un amore inatteso, improbabile, eppure irresistibile.
Un dubbio rimarrà alla fine: se per lui, come per tutti noi, la solitudine sia un male a cui sottrarsi o un vizio da coltivare con cura.
A trent’anni esatti dal suo esordio nel 1991, quando il noir si leggeva quasi solo in traduzione, Raul Montanari torna a esplorare le atmosfere del genere con la sua carica esistenziale e la sua scrittura cristallina e trascinante.
Giudizi critici
“Ho letto tutti i romanzi di Raul Montanari e di nuovo mi tocca dire che quest’ultimo, secondo me, è il più bello. Ennio Guarneri è un grande personaggio” (Daria Bignardi, “Radio Capital”).
“Uno dei narratori italiani più attenti non solo nella costruzione dei propri romanzi - caratterizzati da uno schema che rimanda alle altezze della tragedia greca - ma anche nel creare protagonisti capaci di entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo. Montanari è abilissimo a raccontare un’epoca…” (Gian Paolo Serino, “Il Giornale”).
“Una drammatica avventura che si dipana fra effetti d’incubo ed effetti poetici” (Marco Brizzi, “Corriere della Sera”).
“Una storia che per semplicità potrebbe essere etichettata come un noir, ma durante la lettura ci si accorge che è molto di più.” (Mirko Giacchetti, “Milano Nera”).
“Un romanzo splendido, coraggioso. Montanari padroneggia la sintassi del noir tanto da saperne prendere giusto quello che gli serve per sedurci, con un infallibile senso della misura. Un ennesimo esempio di scrittura cristallina, potente, dal fascino quasi sensuale.” (Romano De Marco, “Limina”).
“L’ultimo romanzo del talentuoso Raul Montanari è un noir intelligente e lucido. L’autore ritorna al genere poliziesco, quello che l’ha rivelato al grande pubblico.” (Grazia Lisi, “Il Giorno”).
“Eventi e riflessioni si snodano limpidi e avvincenti, come Montanari ci ha abituato. Uno sguardo che come sempre va a fondo, squarciando le superfici del nostro tempo.” (Rita Guidi, “La Gazzetta di Parma”).
“Il vizio della solitudine scandaglia l’animo umano andando a toccare corde che vibrano da troppo tempo in cerca di una risposta definitiva. C’è tutto il nostro mondo all’interno del romanzo.” (Marco Valenti, “Libro Guerriero”).
“Una storia noir come contenitore di enorme materiale da scavo, intellettuale e psicologico; come pretesto per raccontare una vita intera.” (Vincenzo Guercio, “L’Eco di Bergamo”).
“L’io narrante è lo stesso Ennio Guarneri, che racconta la sua storia in un diario – ed è straordinariamente capace Montanari nel rendere la scrittura di un ex-poliziotto con l’amore per la lettura. Il vizio della solitudine è in tutto e per tutto un romanzo noir ma anche post-noir. Dice di un tema, l’isolamento nella massa, che va oltre i fatti di sangue – narrati con quella giusta dose di tensione che non annichilisce l’interiorità del protagonista – per parlare a tutti di tutti. In una megalopoli come Milano che con le sue periferie di palazzi come alveari e le migliaia di automobili con un solo conducente a bordo è la città della solitudine per eccellenza. Troppo grande, troppo diversa fra centro-salotto e periferie dove nascondere la polvere sotto il tappeto.” (Luca Barachetti, “L’Eco di Bergamo”).
“Questa è una delle cifre più incisive di Montanari, il contrappunto riflessivo ai fatti, espresso con naturalezza e profondità. Il romanzo instilla uno stato d’animo etico sublime, nel senso romantico del termine: sublime perché al tempo stesso attrae e spaventa, come quando si guarda un abisso… Fra Greta e Ennio si avvia una relazione niente affatto scontata, la più bella che mi sia capitato di leggere nei romanzi di questi anni.” (Tiziano Scarpa, “Domani”).
“L’autore in quanto tale si nasconde, delegando al linguaggio dell’io narrante una scelta lessicale e sintattica semplice e lineare, consona al personaggio… e fa sì che il protagonista possa travalicare l’intreccio, abbandonandosi a riflessioni che trasmettono al lettore l’essenza di Una condizione umana. Cos’è il Romanzo se non questo?” (Fabio Dell’Armi, www.mangialibri.com).
Visto da me
Era dagli anni ’90 - venti libri fa! - che non mi accadeva di mettere come protagonista un poliziotto. Ex poliziotto, per la verità, che in questa storia ricava più guai che vantaggi dal suo mestiere di un tempo.
Non so da dove venga Ennio Guarneri. L’immaginazione è una regione a statuto speciale dentro la repubblica della mente, una zona autonoma che lavora per conto proprio. In compenso la ragazza di cui Ennio si innamora esiste davvero: gira per Milano vendendo “Lotta comunista”, proprio come nel libro. Ho conservato nel nome fittizio le vocali del nome vero, ma ho cambiato le consonanti.
I fans del satanico deus ex machina Ric Velardi saranno contenti di ritrovarlo più eccentrico, imprevedibile e pericoloso che mai. E con lui ritorna, dal romanzo precedente, Han: l’organizzazione segreta di cacciatori di scafisti, gli implacabili giustizieri neri che qui assumono il volto temibile ma umanissimo del loro stesso capo.
Complici le restrizioni della pandemia, che nel libro fa capolino solo alla fine, sto vivendo anch’io un periodo di solitudine senza precedenti nella mia vita. Come Ennio Guarneri ho dovuto fare della solitudine un vizio per impedirle di diventare una penitenza. Lui però vive nel libro un’avventura molto più grande e appassionante di quelle che mi riservano i miei giorni.
È giusto che sia così. Il personaggio è più importante dell’autore. La storia raccontata merita tutte le luci del palcoscenico; la vita di chi la scrive deve nascondersi nell’ombra, dietro le quinte.
La prima pagina
Gli uomini lo chiamavano Fiume Azzurro e il colore puro e trasparente delle sue correnti non aveva mai abbandonato il fiume.
Le sue acque erano quasi spopolate, ormai, e non si vedevano più i pesci saltare a ogni ora del giorno, soprattutto al crepuscolo, mangiando insetti e altre piccole creature, ma il Ticino era ancora bellissimo. Lungo le sue sponde i salici, le acacie, i pioppi e tutti gli arbusti del sottobosco mostravano quei colori accesi, quei verdi colmi, scintillanti, che all’inizio di settembre sembrano già presentire il giallo, il marrone, il bruno dell’autunno.
All’alba i cormorani si erano levati tutti insieme dal grande pioppo che era diventato il loro posatoio ed erano partiti in caccia. I pescatori dicevano che erano stati loro, i diavoli neri scesi dal Nord, a fare strage di ogni forma di vita che dimorasse nell’acqua, ma della vita gli uccelli conoscevano solo le leggi elementari - mangiare, riposare, proteggersi, riprodursi. Non erano assassini, solo perfette macchine per cacciare nelle profondità del fiume, tuffandosi con un movimento elegante e zigzagando invisibili, là sotto, fino a trovare una preda. Poi la portavano in superficie ancora viva e guizzante, la rigiravano nel becco e la ingoiavano.
Lui no. Non era partito con gli altri.
La sera prima gli era successo un fatto che non aveva ben capito. Si era sentito trattenere sott’acqua da qualcosa che riusciva a malapena a vedere, si era impigliato in una rete o in ciò che ne rimaneva e per liberarsi aveva compiuto uno sforzo così spasmodico, perché stava per annegare, che un dolore insolito gli aveva attanagliato un’ala e gli era costata molta fatica tornare alla sua casa sull’albero. Doveva riposarsi e aspettare che il dolore passasse, perché in quel momento la semplice idea di volare lo faceva star male. Nessuno gli avrebbe portato da mangiare, anche se alcuni dei suoi compagni erano nati dalla sua stessa madre. Poteva soltanto sperare di riprendersi presto. Si sentiva solo.
Vide il primo uomo camminare sul sentiero, lentamente, guardandosi intorno.