Raul Montanari


Sempre più vicino



Dalle note di copertina

Milano, 2014. Valerio ha ventisette anni e una vita vuota. Abita in un monolocale su cui aleggia la presenza del precedente proprietario, suo zio Willy, morto in odore di satanismo, che si dice avesse accumulato un tesoro mai ritrovato. Per guadagnare qualcosa, Valerio affitta l’appartamento per brevi periodi e va a dormire da un amico. Ha però un vizio: entrare in casa di nascosto dai suoi ospiti, per curiosare fra i loro oggetti e immergersi con la fantasia in esistenze diverse dalla sua. Una di loro, l’enigmatica Viola, lo colpisce al cuore. Fra i due sembra nascere qualcosa, ma Viola scompare e un detective privato che lavora per suo marito rivela a Valerio la verità: la donna è in fuga e forse il suo passaggio da quella casa non è stato casuale. Che c’entri in qualche modo la leggenda del tesoro dello zio Willy? Valerio e il detective si alleano per cercare Viola insieme, ed è l’inizio di un viaggio che dalle ombre che circondano la casa milanese trova il suo drammatico finale in una palude del Rio delle Amazzoni. Finché, fra scoperte dolorose e squarci di inattesa felicità, la vita di Valerio cambierà per sempre. Un libro dove i fondamenti della narrazione romanzesca (il denaro, l’amore, l’avventura, il mistero, la comicità) catturano il lettore e si fondono nel ritratto di un personaggio vero e tenerissimo. E di una generazione derubata del proprio futuro e costretta a inventarsi il presente ogni giorno, con rabbia ma anche con ironia.

Certo che i profeti di sventura vincono facile, si trovò spesso a pensare in quei giorni. La vera scommessa sarebbe immaginare che nella vita tutto vada bene, che i desideri si realizzino, e azzeccarci. Detta in un altro modo: i pessimisti hanno solo sorprese piacevoli.

“Raul Montanari è uno scrittore mistico” (Andrea Camilleri)

“Un timoniere che conosce perfettamente le regole per condurre la sua nave in porto. Un narratore di storie piene di vita e movimento, capace di spingere la tensione fino ai limiti più estremi” (“Der Spiegel”)

“Raul Montanari è una certezza come scrittore: non ho mai letto un suo libro che non mi abbia attratto per qualche ragione” (Pietro Cheli).







Giudizi critici

“Montanari ha una grande capacità di raccontare storie mescolando i registri in maniera credibile. La sua mano è leggera e precisa nell’alternare la commedia, il grottesco, l’elegiaco riuscendo a scattare una fotografia generazionale senza cascami sociologici. Le pagine corrono veloci…” (Cristina Taglietti, “La lettura”).

“Un attacco davvero magistrale, da antologia, che da solo vale tutto il libro (310 pagine per 16 euro ben spesi): la tensione è palpabile, il lettore è incatenato magneticamente alla pagina. È la magia del libro ben fatto, dell’artigianato d’alta scuola che quando si manifesta – lieta quanto piuttosto rara epifania – finalmente rende tangibile il senso di quella cosa altrove e altrimenti prostituita ed evanescente che si chiama arte” (Lorenzo Morandotti, “Cranietopi”).

“Uno specialista nel creare trame al calor bianco senza versare una goccia di sangue” (Brunella Schisa, “Repubblica”).

“La formazione classica di Montanari, che ha sempre caratterizzato i suoi libri almeno come struttura, raggiunge qui la perfezione… Insuperabili le molte pagine in cui l’erotismo diventa da incorniciare: mai volgare, Montanari insegue una tensione che porta a confessare anche le pulsioni sessuali più recondite, ma con una grazia e con una innocenza che in Italia non hanno pari” (Gian Paolo Serino, “Il Giornale”).

“Una straordinaria capacità di approvvigionarsi presso la vita sociale quotidiana, concreta, contemporanea, organizzando e compattando, in trama coesa, mille frammenti in cui non c’è chi non possa riconoscersi” (Vincenzo Guercio, “L’Eco di Bergamo”).

“Con un dosaggio impeccabile delle parti, lo scrittore mette in scena un'umanità urbana che arranca e che tutti conosciamo, perché in parte siamo anche noi: è fatta di drammi esemplari (la morte dello zio, la sparizione, la condizione quasi di orfano del protagonista) e di spiragli di luce. Perfino per chi è stato scarnificato dagli eventi e ha messo in atto le proprie difese: ‘In fondo, il modo più sicuro per non essere delusi dalle persone è non metterle nelle condizioni di deluderti’” (Marilù Oliva, “Huffington Post”).

“La formula vincente di Montanari è presentare un romanzo di genere come opera letteraria, la cui autorialità si fonda su schematismi formali e contenutistici da lui stesso inventati (almeno in Italia), mescolando abilissimamente il giallo al mistero, l’azione al costume sociale” (Guido Michelone, “La poesia e lo spirito”).

“Montanari mette sulla scena della carta personaggi che appartengono ad una contemporanea tragedia greca. Tutte le premesse per aspettarsi da Montanari ciò che solo lui può fare: Il Grande Romanzo Italiano” (Gian Paolo Serino, “La Provincia di Como, Lecco e Sondrio”).

“È forse il primo romanzo italiano che deve a Airb'n'b, oltre all'ambientazione condominiale, la riflessione sulle ricadute simboliche, generazionali ed esistenziali che questo servizio ha portato con sé. Casa mia, casa d'altri: dentro le connessioni ambigue fra virtuale e reale, nel girotondo di mazzi di chiavi, lingue straniere e odori meticci Raul Montanari costruisce un thriller che arriva man mano Sempre più vicino al centro oscuro da cui scaturiscono le promesse e gli inganni della vita, le contraddizioni e i paradossi, i sussulti del cuore” (Michele Lauro, “Panorama”).







Visto da me

Questa storia non esisterebbe se non esistesse, da poco prima del 2010, airbnb: un sito che permette di affittare la propria casa, perlopiù per periodi brevissimi. Un fenomeno che nel giro di un paio d’anni ha assunto una dimensione gigantesca e che è diventato un modo più o meno decente, accettato, per attenuare i problemi economici della generazione più massacrata della nostra storia recente.
Per due o tre anni una persona a me molto cara ha messo in affitto casa sua tramite il sito, e la prima domanda che le ho fatto è stata: “Ma non ti viene mai la tentazione di salire nel tuo appartamento quando i tuoi ospiti non ci sono e frugare fra le loro cose? Non per rubare, solo per curiosità… io non resisterei!”. Così è nato il protagonista, Valerio, un quasi trentenne che affittando il suo piccolo appartamento milanese soddisfa due desideri: si mette in tasca qualche soldo e si immerge, con la fantasia, in vite diverse dalla sua che sente vuota e insignificante.
Poi ho immaginato quali conseguenze romanzesche poteva avere il suo vizio di spiare fra i vestiti e gli oggetti personali degli ospiti, e ne è venuta fuori una delle mie rare trame a enigma: al centro della vicenda c’è un vero e proprio mistero, e per risolverlo ho chiamato per quarta volta l’ineffabile Ric Velardi, il buffo ma minaccioso detective con l’impermeabile bianco e la salsa di soia in tasca, che sembra una sintesi di almeno tre o quattro celebri investigatori del poliziesco classico e al tempo stesso, a quanto mi assicura l’affetto dei lettori, è anche un personaggio credibile, a suo modo necessario. Una intelligente intervistatrice lo ha definito un deus ex machina; le ho risposto che visto che il deus senza machina pare ci abbia abbandonati, possiamo accontentarci anche così. Visto che abbiamo perso il padre, teniamoci caro un fratello maggiore più furbo di noi come Velardi.
E questo, paradossalmente, in un libro che è anche il resoconto tenero e grottesco della lunga battaglia e riconciliazione fra Valerio e suo padre, che penso sia il personaggio più singolare del romanzo.






La prima pagina

2010, Venerdì santo.

Il mastino uscì da dietro la siepe e avanzò cauto verso il fiume. I rumori e le grida che lo avevano spaventato erano cessati ormai da un’ora, ma lui aveva aspettato. Era giovane, ma sapeva già tutto quello che c’era da sapere del suo mondo.
L’acqua scorreva con un fruscio irregolare e la corrente formava gorghi e mulinelli, una superficie nera, lucente, mobile, che rifletteva la luna. Il fiume, laggiù, era largo, la riva ondulata e franosa.
Il mastino alzò il muso e fiutò un odore che conosceva bene. Si fermò, scrutando nel buio. Tutt’intorno risuonava il concerto familiare degli insetti, e strida di uccelli invisibili contro il cielo nero. Lui mosse le orecchie, a cogliere suoni appena avvertibili. Poi, come se qualcosa l’avesse rassicurato, trotterellò avanti.
Quando giunse alla spiaggia si arrestò di colpo. Si guardò intorno, di nuovo impaurito, i sensi tesi allo spasimo. Dalla gola gli uscì un uggiolio sommesso e il suo respiro non era più quello di prima. Rimase così per qualche minuto.
Alla fine, come rassegnato, riprese ad avanzare e arrivò davanti al corpo dell’uomo. Era riverso a terra, immobile.
Il mastino sapeva che non stava dormendo. Gli annusò le scarpe, poi gli girò intorno con passi lenti. Gli abiti dell’uomo avevano un odore forte, acuto, ma l’odore del sangue che l’animale aveva fiutato veniva dalla testa. Abbassò il muso sulla piccola pozza già quasi secca, accanto al capo dell’uomo, e leccò.
Per un attimo quel sapore lo rese furioso e il mastino guardò avido il corpo inerte, la carne indifesa e ancora tiepida, ma si calmò subito. Ricordi del padrone che lo aveva abbandonato lì un mese prima risalirono la sua memoria e gli rammentarono la legge: l’uomo è intoccabile. Fin da cucciolo, ogni morso di rabbia o terrore che aveva osato era stato punito con ferocia, e infine tutto era culminato in quell’ultima corsa in auto – il padrone che lo faceva scendere e ripartiva, l’odore della gomma che slittava sull’asfalto. E poi più niente. Buio e solitudine, come stanotte.
Si accovacciò vicino al corpo, come per fargli la guardia. Ora la sagoma del cane e quella dell’uomo erano una sola ombra sullo sfondo dell’acqua che luccicava, indifferente, e correva via come se avesse un compito da svolgere e niente potesse impedirglielo.
Poi il mastino rovesciò la testa, fissando la luna gelida e piena, e cominciò a cantare un canto antico, tramandato per vie misteriose dalla sua razza, annunciando al mondo la morte dell’uomo.