
La perfezione
Dalle note di copertina dell’edizione Baldini+Castoldi 2019 “Lui non aveva paura della morte, non aveva paura di niente.”
Lui è Willy l’Olandese, un vecchio killer implacabile. Un gigante silenzioso e indifferente a tutto come un dio nordico.
Quando arriva nella valle presso il grande lago del Norditalia che ogni anno è la sua meta estiva, in una pensione dove fa da cameriera la bella Adriana, non sa di avere appuntamento con il destino. Il telefono ha squillato in una casa a pochi chilometri da lì e un altro killer, un trentenne sfigurato al volto da un remoto incidente d’auto, ha ricevuto l’incarico di eliminarlo.
Tutta la storia si svolge nell’arco di tre soli giorni, ma la tensione monta capitolo dopo capitolo nell’attesa del momento fatale: lo scontro fra due professionisti della morte. E tra loro l’inquietudine di Adriana, che senza saperlo ne deciderà le sorti. Con rara potenza, Montanari ci restituisce il clima feroce e geometrico di Dürrenmatt e del grande noir americano immergendoli nel contesto della provincia italiana, fino a creare un contrasto sorprendente e irresistibile.
Una nuova edizione del titolo che venticinque anni fa, insieme alle opere prime di Andrea Pinketts e Carlo Lucarelli, inaugurò la nuova stagione del noir letterario italiano. Una storia così cristallina e indimenticabile che fu Aldo Busi a suggerirne il titolo: “Deve chiamarsi La perfezione, perché è un libro perfetto”.
Giudizi critici
“La differenza fra il noir di Montanari e un giallo che potremmo acquistare al chiosco della stazione, per ammazzare il tempo del viaggio, è sostanziale: è la differenza che corre tra la letteratura cosiddetta d’intrattenimento e la letteratura senz’altra specificazione” (Pietro De Marchi, «Il Corriere del Ticino»).
“Singolare esempio di felice ‘scorrettezza politica’, La perfezione chiama il Male con il suo nome... da qui il fascino oscuro del romanzo... una potente, infernale approssimazione al Male” (Alberto Rollo, «L’Unità»).
“Le ferite inferte dal caso non guariscono, anzi si perpetuano” («la Repubblica»).
“Un raffinato romanzo sull’impossibilità di salvarsi la vita” (Daria Bignardi, «Anna»).
“Sovverte completamente le regole e i limiti di un genere spesso frequentato da molti esponenti della miglior letteratura contemporanea... fino a una pirotecnica catarsi” (Guido Michelone, «Letture»).
“Un thriller che affascina per la dimensione metafisica e la formula innovativa... in un’altalena di ritmi lenti e vorticosi” (Maria Grazia Cocchetti, «La Provincia»).
“Un libro che è come un inatteso pugno nello stomaco. Se ne esce sconvolti e affascinati” («Coopzeitung»).
“Ci sono libri che ci ammaliano, specialmente quando rimangono imperscrutabili anche dopo diverse letture. Il perfetto romanzo minimalista di Montanari è uno di questi” («Der Spiegel»).
“Il costrutto perfetto, la suspense ben celata tra le pagine, il contrasto tra atmosfere e personaggi chiave generano una originale prova letteraria. Lo scrittore crea atmosfere con pochi tratti narrativi. Gioca con l'imprevisto che può cambiare il finale, offre ai due protagonisti l'ultima occasione per redimersi o per perdersi. Infine chiude il cerchio sorprendendoci. La resa dei conti quando la vita si snoda tutta e non sempre supera la prova.” (Maria Anna Patti, “la Repubblica - Robinson”)
“Il passo netto e veloce, l’architettura drammatica scarna, lo stile funzionale a svelare le psicologie dei personaggi in pochi tratti, tendono, parafrasando il titolo che venne suggerito da Aldo Busi, alla perfezione.” (Alessandro Beretta, “Il Corriere della Sera - La Lettura”)
Visto da me
Benché abbastanza diverso dalla narrativa che faccio ora, rimane uno dei libri migliori che ho scritto, sicuramente quello che mi ha messo sulla mappa, come suol dirsi. Ha sempre avuto dei fans molto accaniti.
E’ più un racconto lungo che un romanzo breve e deve il suo strano fascino all’ambientazione e ai personaggi. Il titolo fu suggerito da Aldo Busi (quello che gli avevo messo io era tremendo!), che nel ’91 seguì affettuosamente la composizione del libro. In origine c’erano solo 50 pagine con la storia del ragazzo sfregiato; i personaggi dell’Olandese e di Adriana vennero aggiunti poi. Nella versione ’94 la scrittura era ancora un pochino impettita, ora si è sciolta completamente.
C’è un’aneddotica complessa e in qualche modo magica legata a questo titolo più che a ogni altro della mia produzione, escluso il “maledetto” Che cosa hai fatto. L’episodio meno impressionante e più divertente è questo: quando il libro uscì, Daria Bignardi fu così colpita dall’infernale sequenza iniziale delle cento flessioni che girò la scena a casa mia, con me protagonista (una fatica...), confezionando un videoclip che poi sarebbe stato trasmesso più di una volta nella sua trasmissione di libri A tutto volume, su Canale 5.
La prima pagina (versione 2019)
“Cento. Sì, cento” pensò, e poi mormorò il numero a bassa voce, inspirando ed espirando profondamente, le braccia abbandonate lungo i fianchi per sciogliere i muscoli. Si accostò alla finestra e lanciò un ultimo sguardo alle case di fronte, come un commiato; quindi batté le mani con un secco rumore di schiaffo e si preparò all'esercizio.
Appoggiò a terra due cuscini, paralleli ma discosti, a poco più di un metro dal letto; puntò i pugni sui cuscini e con un movimento agile salì con entrambi i piedi, a gambe unite, sulla sponda del letto. Qualche inevitabile assestamento, ed ecco che il suo corpo era dritto e rigido come una sbarra, e il peso gravava per intero sulle braccia. Cominciò a piegarle e poi a distenderle di nuovo, piegarle e ridistenderle.
“Tre. Quattro. Cinque. Sei.”
Arrivava a sfiorare col naso il pavimento, e poiché la resa massima dell'esercizio esigeva che l'inspirazione avvenisse nel momento in cui il corpo era più vicino a terra, sentiva distintamente nelle narici l'odore della polvere. Come ieri, come ogni giorno da quando era arrivato, quell'odore evocò subito il viso di sua nonna, ormai simile a un ghiro o a una marmotta, e il corpo incurvato dagli anni, chino sulla scopa mossa sempre più di malavoglia.
“Diciotto. Diciannove. Venti. Ventuno. 'ntidue. 'ntitrè.”
Cento flessioni erano un mondo, erano un viaggio, un lungo viaggio a piedi, attraverso una regione prima fresca, boscosa. Ruscelli, cielo azzurro, ricordi ameni. Non pensare. Segui il fiume, segui il vento. Vai veloce, ma non correre. Non scappare. La fatica è un cane cieco, se corri ti morderà la schiena. Non fuggire. Non pensare.
Prima o poi la fatica gli avrebbe riempito la testa e la stanza di mostri, per svuotargli le braccia, farlo crollare. Il segreto era non pensare. Riuscire a non pensare.
“Sette. Otto. Nove. Quaranta. Uno. Due. Tre.”
I numeri sono persone. Dieci, venti e trenta sorridono, ti vengono incontro. È da un bel pezzo che non ti danno più problemi. Con quaranta puoi parlare, lo conosci bene. Forse cinquanta è l'ultimo amico. L'ultimo, sì.
Un rumore nella stanza accanto: sua nonna aveva lasciato cadere qualcosa. Eccola già qui, in anticipo, la voglia di afferrare il pretesto, smettere, andare a vedere. Vai avanti, avanti. La nonna si è rotta una gamba. Giace a terra, in agonia, come una tartaruga rovesciata sul dorso. La fatica comincia a fare il suo lavoro, ti aspettava appena dietro il quaranta, ora ti manderà visioni orribili, vuole spezzarti le braccia, stroncarti il respiro, ma tu lo sai, tu la conosci. Non pensare. Segui il vento. Corri nel vento.
Non pensare!
“Cinquanta” sospirò, poi prese a respirare con la bocca, l'aria incanalata e strozzata lungo le narici non gli bastava più, e ogni numero era come sospeso fra pensiero e parola, fra bocca e cervello. “Cinquantadue. Cinquantatré” formulava il cervello, e la seconda cifra cambiava davanti ai suoi occhi chiusi, come nel quadrante di un orologio; intanto la bocca diceva: “Due... tre... 'attro... 'inque...”, e non sapeva più se erano i respiri, che contava, o le flessioni. L'aria si apriva e si chiudeva sul suo corpo, avvolgeva il suo corpo in movimento come una vagina immateriale, la sentiva scorrere sulla pelle, carezzare il suo sudore.
“Sessanta” gemette, e già il bosco era scomparso, da tempo, forse dal quarantacinque, dal cinquantadue, e si era portato via il fiume, la brezza.
Non pensare!